Tramontiamo insieme al sole, ma torneremo

Le onde che si frangevano delicate contro di me. Il vento che morbido mi spingeva via dal mare e dalla spiaggia. 

Un addio al mare di Sardegna, sereno, in armonia.  

 

Salutiamo il mare, riflettendoci direttamente sul sole.
 
La fine ha inizio da dove tutto è cominciato, Portixeddu a Fluminimaggiore, la prima spiaggia in cui io abbia mai messo piede, il primo mare in cui io mi sia mai immerso. 

Lo stesso mare in cui ho fatto fare i primi tuffi a mio figlio, poche ore fa. 

Portixeddu, dove tramonta il sole con quieta pace, come a dire, “tornerò presto”. 

Quel punto di luce che ci illumina dolcemente, che ci indica chiaramente qual è la nostra via. Ci dice che è di sicuro insieme. 

Il sole tramonta, e per ora tramontiamo anche noi. 

Ma torneremo presto, perché da questa prospettiva il sole ed il mare sono davvero unici, sono davvero nostri.

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Quando arriva il tramonto 

Le giornate di vacanza, si sa, si ha la percezione che durino sempre meno. E si ha sempre l’impressione che non ce la si sia goduta come ce la si poteva godere. Troppe cose da fare, troppe attività nel relax in spiaggia, tra Edoardo di due anni che corre e vuole fare di tutto e ancora di più. Tutto è troppo veloce ed è un trambusto di gente che si muove, onde che si rompono sul bagnasciuga, bambini che urlano o mamme che si arrabbiano.

Ma poi cala il silenzio. Verso le 19.30 tutti se ne vanno dalla spiaggia, e i 3 chilometri di spiaggia tra Portixeddu e Buggerru sembrano un paradiso incontaminato.

E io sono nel mezzo di tutto questo:



Davanti a me i primi segnali di un  tramonto che non fa che ricordarci che domani ci sarà un altro giorno qui, ad aspettarci per rinascere insieme a noi.


Fluminimaggiore – Portixeddu – San Nicolau – Buggerru 

Perle musicali per Edo

Pezzi di canzoni che sono rimasti nella mia memoria, contestualizzati in base a quello che sto vivendo in un particolare momento, in base a quello che ci sta succedendo.

Perle musicali che possono dare un indirizzo a Edo, o semplicemente raccontare in modo diverso quello che arriva nelle nostre vite.

Domani partiamo per la Sardegna, e questa mi sembra la citazione musicale più azzeccata:

piero pelù viaggio

Torneremo ad esplorare territori dell’anima che abbiamo nascosto per troppo tempo, e il dato sicuro è che ci stupiremo di ciò che troveremo.

Due anni, una vita di emozioni

Sto facendo uno stage presso un’agenzia di marketing dove l’età media è relativamente bassa, e dove pertanto sono poche le persone che hanno figli. Ieri è venuto fuori, ad alta voce e all’attenzione delle account manager, che ho “un piccolo”. “Cooosa?!” è la stata la reazione di base di una, altre non hanno commentato. “Eh sì, ho un figlio, domani compie due anni. Sono stato precoce”.

Il discorso potrebbe ritornare sempre là: sono un giovane padre con un figlio che ormai ha due anni, decisamente inesperto e, soprattutto, all’apparenza nessuno direbbe che possa avere un figlio. Ma oggi il discorso è un altro: il mio Edoardo compie due anni.

Ho vissuto la maggior parte dei momenti degli ultimi due anni e mezzo provando a mantenere la calma, e ad impanicarmi meno del dovuto rispetto al mio nuovo ruolo, intriso di responsabilità e di pregiudizi che talvolta quasi superano le questioni razziali.

Spesso mi sono fermato a guardare solo i lati negativi di tutta la situazione, soprattutto perché non abbiamo un reddito e non viviamo ancora insieme, in quanto sono uno che pretenderebbe la perfezione in tutto e, generalmente, ha poca pazienza.

Quindi, rimproverato dalle giuste osservazioni di quella che ormai è la mia amata compagna di vita, mi sono sforzato in più momenti di vedere i lati positivi della nascita e della vita della creatura più splendida che esista, godendomi i piccoli momenti in cui potevo vivere la sua crescita ed assaporare il suo sguardo colmo di gioia e purezza.

Così, di questi due anni ricordo:

Edoardo quando stava per nascere che se lo salutavo dal pancione lui mi rispondeva con un calcione ogni volta che gli parlavo, facendomi capire che c’era, stava per arrivare.

Edoardo appena nato che mi è stato consegnato dall’ostetrica avvolto in un lenzuolone di feltro con 45 gradi all’esterno che piangeva come un demonio ma appena mi ha guardato si è calmato e non si smetteva di muovere.

Edoardo che stava sul dondolo Nanna Rock e ci guardava e faceva i primi sorrisi se andavo a fargli dei versi e gli toccavo le guanciotte.

Edoardo che a tre mesi è scoppiato a ridere per un motivo che non abbiamo mai capito mentre era sdraiato sul letto con me e sua mamma e ha continuato così per tre minuti: l’interpretazione più sensata è che forse stava esprimendo la sua gioia di vivere, di stare insieme a noi.

Edoardo a sei mesi che insieme a me mentre era sulla palestrina della Chicco si è riuscito a mettere seduto per la prima volta, si è girato, mi ha guardato, sorriso, ed è subito caduto.

Edoardo che non si addormentava mai se non in braccio facendolo dondolare al ritmo delle Quattro Stagioni di Vivaldi.

Edoardo che circa un anno fa ha detto per la prima volta “Baba” e da lì continua a chiamarmi sempre e solo “Baba”, e voglio che continui a chiamarmi così anche quando avrà trent’anni.

Edoardo che l’estate scorsa gattonava per le spiagge di Sanremo e della Costa Azzurra senza paura di niente e di nessuno, soltanto con la voglia di esplorare.

Edoardo che chiama il mio computer “Toto” perché sa che quando lo tiro fuori gli faccio vedere ed ascoltare i video delle canzoni di Dodò dell’Albero Azzurro.

Edoardo che utilizza un vecchio modellino di Ferrari che risale alla mia infanzia e se lo porta sempre appresso quando non ci sono, dicendo ogni due minuti “Baba Brum Brum”.

Edoardo che adora guardare dalla finestra i tram che passano e sentire le sirene della polizia e dell’ambulanza e con le ditine mima il gesto delle lucine e le chiama “na na”.

Edoardo che quando torno a casa in treno mi guarda dal momento in cui esco dalla stazione fino a quando sono sotto il terrazzo e lo saluto, arrivo davanti alla porta e lui è lì che mi aspetta, mi viene incontro sorridendo e dice “Baba” tutto sorpreso, e poi mi indica sempre il terrazzo e mi vuole mostrare da dove sono arrivato.

Edoardo che dà un senso alla mia vita, mi ha fatto capire cosa vuol dire davvero avere una famiglia e che mi fa venire i brividi ogni volta che lo posso abbracciare e baciare.

(E se continuassi riaffiorerebbero tantissimi altri ricordi che a scrivere mi verrebbero ancora più brividi, erratamente e forzatamente nascosti dalla quotidianità)

Due anni, una vita di emozioni.

Psicologia del Marketing: il Marketing è Psicologia

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Lo dico sempre a tutti quando mi capita di parlare di ciò che faccio nella vita, e del perché ho scelto il marketing: il marketing è la mia disciplina perché permette di indagare sulle motivazioni delle azioni delle persone. E questa cosa per me ha sempre avuto un fascino inarrivabile.

In più, capita che mi venga chiesto cosa fa la mia ragazza/madre di mio figlio, e quando rispondo “la psicologa”, tutti mi dicono: “che figata! Quindi fate un bel team insieme!”, e in qualche modo è così (questo post, forse, lo dimostra).

Capire cosa c’è nella testa delle persone, capire come reagiamo agli stimoli sensoriali, capire quali sono le emozioni che più ci muovono: ce lo chiediamo ogni giorno, ma non riusciremo mai a darci una risposta certa.

Il marketing e il comportamento delle persone

Cosa può spingere una persona a seguire un certo percorso online? Perché un utente è stato influenzato da un determinato messaggio di comunicazione e non da un altro? Il colore del pulsante di una call to action può influire sul clic dell’utente? Perché condividiamo solo certi contenuti sui social, e su altri non mettiamo nemmeno un like?

Ovviamente i marketers non potranno mai sostituirsi agli psicologi, però riusciranno sempre a vedere il comportamento delle persone da un’altra prospettiva, più direttamente orientata all’azione. Il caso più classico è ovviamente quello dell’acquisto, ma si potrebbe parlare anche di emozioni suscitate a seguito degli stimoli sensoriali, e tanti altri argomenti. Una branca del marketing, il Neuromarketing, studia questi aspetti, e forse un giorno ne parlerò.

Come la psicologia può aiutare il marketing

Nell’inbound marketing, un approccio di marketing emerso negli ultimi dieci anni, è centrale la creazione di contenuti rilevanti ed efficaci, che abbiano lo scopo di attrarre degli estranei, convertirli in contatti, renderli clientideliziarli perché diventino infine promotori del brand, senza limitarsi alla mera brand loyalty. Non voglio fare l’ennesima lezione di content marketing, di cui è pieno il web e che non sarei nemmeno in grado di sostenere, ma solo mettere l’accento sul fatto che esistono dei principi di psicologia che possono aiutare i marketers a studiare delle strategie più efficaci per ingaggiare il proprio pubblico.

D’altronde, come recita un celebre aforisma di Confucio, il coinvolgimento delle persone è imprescindibile:

Dimmi e dimenticherò, mostrami e forse ricorderò, coinvolgimi e comprenderò.

Quindi, la psicologia più aiutare il marketing a mettere in atto delle strategie di content marketing in grado di influenzare le decisioni dei consumatori, mettendo i marketer nella condizione di capire il comportamento degli utenti.

Quali sono i principi psicologi più efficaci che possono incoraggiare gli utenti a intraprendere un’azione specifica, che consentirà a un’azienda di raggiungere gli obiettivi della propria strategia di digital marketing?

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Reciprocità

Io sarò gentile con te se tu sarai gentile con me. Se un’azienda regala un contenuto utile ed interessante alle persone appartenenti al proprio audience di riferimento, queste persone saranno più propense a diventare clienti di quel determinato brand. Se al supermercato troviamo dei bellissimi opuscoli della Barilla dove sono contenute innumerevoli ricette facili da preparare, sarà più probabile che acquisteremo i sughi pronti Barilla. Se sul sito online di un ente che propone dei corsi di formazione non troviamo solo delle semplici informazioni, ma addirittura dei white paper o degli ebook di approfondimento sul tema, saremo più propensi a sostenere il corso proprio presso quell’ente, per continuare un percorso che già ci ha fatto iniziare (gratuitamente).

La reciprocità nella vita quotidiana: prendiamo il giornale presso un’edicola di passaggio, e ringraziamo l’edicolante solo se lui ringrazia noi dopo avergli dato i soldi.

Social Proof

Siamo su Amazon, abbiamo il bisogno generico di comprare un romanzo best-seller da leggere in spiaggia in totale relax: non vogliamo temi impegnati. Dove cade la nostra scelta? Il libro con il numero più alto di recensioni, con il più alto numero di condivisioni sui social, con la più alta posizione in classifica. Se qualcosa è già stato comprato da molte altre persone, significa che dev’essere un buon prodotto (al netto della complessità dei prodotti e dei consumatori sempre più informati). Tendiamo, cioè, a credere che l’opinione di “molti” sia più autorevole di quella di un individuo singolo.

La social proof nella vita quotidiana: vediamo qualcuno che sta male su una strada affollata. Se ci sono molte persone, è più probabile che nessuno si fermi, perché pensa che lo farà qualcun altro. Appena però qualcuno si ferma, comincia a crearsi una folla attorno all’incidente.

Scarsità

Avete mai provato ad acquistare una camera d’albergo su booking.com? Andateci adesso, a ridosso di agosto, e provate ad entrare sulla pagina di un qualsiasi albergo di una località turistica. Un testo in rosso vi dirà “Affrettatevi! La disponibilità presso questo hotel sta per esaurirsi!” E se siete molto vicini alla decisione d’acquisto, cosa fate, vi fate perdere questa “ultima occasione”? Certo, non è “l’ultima occasione” di una televendita, ma un qualche influenza ce l’ha. Ed ecco cosa arriviamo a pensare: “Quell’albergo deve essere pieno perché è davvero figo, pieno di tutti i comfort, aspetta che mi leggo le recensioni… ma no dai, il tempo scade, mi fottono la stanza, la compro subito!”

O ancora: siete su Amazon, e dovete assolutamente acquistare un libro professionale da leggere entro pochi giorni, pena la disinformazione e la fear of missing out presso i colleghi: “Solo 2 copie ancora disponibili. Affrettati!”

La scarsità, quindi, modifica la percezione che abbiamo delle situazioni, aumentando il peso che diamo – nel nostro caso – a prodotti che altrimenti non avremmo comprato.

Il paradosso della scelta

Quando ero piccolo, non esistevano molte gelaterie con i banchi super colorati e una scelta tra 40 gusti di gelato. Negli ultimi anni stanno aprendo sempre più gelaterie che offrono gusti e combinazioni sempre più ricercate, tanto che spesso la mia indecisione mi porta a una scelta finale dopo che la mia ragazza è già arrivata a consumare metà del suo gelato. E qual è il risultato? Il più delle volte, prendo cioccolato e fior di latte.

Il paradosso della scelta nella vita quotidiana: nell’armadio ho tantissime magliette piene di grafiche e scritte accattivanti, e ne ho così tante che alla fine decido di indossare sempre una maglietta mono-colore.

Conclusioni: la psicologia può aiutare il marketing?

Sì, la psicologia può aiutare il marketing, come è da sempre chiaro a tutti gli esperti di questa disciplina, a partire dalla scala gerarchica dei bisogni di Maslow fino a toccare molti altri ambiti. Così come, d’altronde, la psicologia potrebbe aiutare molte altre discipline (forse tutte: sarebbe più sana una società che abbia una minima sensibilizzazione sugli argomenti della psicologia).

Siamo tutti quanti persone, influenzabili da una serie di variabili che in certi casi possono farci facilmente cambiare idea su un acquisto.

Siamo persone, e la psicologia pervade ogni nostro comportamento, così come il marketing.

Nota: i principi della psicologia applicati al marketing sono moltissimi, e derivano da un’integrazione tra le due discipline antica almeno quanto la fondazione del marketing stesso negli anni ’30 che ha percorso tutta la storia dell’advertising, dalla teoria psico-sociale alla teoria dell’informazione e alla teoria della persuasione. Queste teorie – riprese più che altro dallo psicologo sociale Robert Cialdini dell’Università dell’Arizona – sono state da me rielaborate in un tono leggero e scanzonato, senza alcuna pretesa scientifica, adatto all’umile forma del contenitore del messaggio.

Un piccolo regalo: Marketing e Psicologia for dummies

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Un nubifragio di emozioni chiamato Noel Gallagher

“Where did al the people go?! Fuckin’ pussies!”

Noel Gallagher dopo aver ripreso il concerto dopo quaranta minuti di sospensione.

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Come al solito Noel Gallagher non risparmia la sua vena polemica, ma in concerto senza il suo fratello Liam sembra più a suo agio: col pubblico, con la sua band, con la sua immensa arte.

In un giorno in cui il nubifragio, e addirittura la tromba d’aria poco distante da Piazzola sul Brenta, poteva fermare il sogno – il mio sogno – di rivedere Noel dopo sette anni, alla fine qualche dio del rock deve averci salvato tutti.

Il fatto è che assistere a un concerto di Noel, anche se dopo così tanti anni che l’enorme passione per gli Oasis mi aveva travolto, significa ripercorrere una vita intera di emozioni, di momenti di scanzonata gioventù ormai passati, ma rivissuti a ritmo di lampi e tuoni (il che non è semplicemente una metafora, ma anche lo stato climatico sopra di noi per tutta la serata).

All’inizio del concerto ci chiedevamo se avrebbe fatto anche qualcosa degli Oasis, e speravamo in qualche “chicca”, in qualche sorpresa non annunciata: qualche canzone che non fossero le banali Wonderwall e Don’t Look Back in Anger, insomma.

Ma riparto dalla metà, dalla chiave di volta della serata: Champagne Supernova. Non è una canzone alla Noel, si è abituati tutti a sentirla con la voce affaticata e roca di Liam, a partire dai live del 1996 fino agli ultimi del 2008; è la stessa canzone durante cui, al primo concerto degli Oasis cui sia mai andato, quello di Imola del 2005, Liam ha deciso all’improvviso che non ne aveva più, e se ne è andato dal palco, mollando decine di migliaia di fan illusi a un concerto mezzo riparato dal fratello, con tutti noi convinti che presto quella band sarebbe finita, anche se per noi diciassettenni tutto era appena iniziato.

Dicevo, Champagne Supernova: ri-arrangiata in semi-acustico, con una voce sorprendentemente potente, risonante con le nostre corde vocali ancora pulite.

Someday you will find me, caught beneath the landslide, in a champagne supernova in the sky.

E noi ci siamo ritrovati lì, insieme a lui, sotto un imminente nubifragio che ci ha permesso di vivere il momento e di sentire i brividi sulla nostra schiena.

E il resto? Chiaro, le canzoni dell’attuale band di Noel non potevano mancare, ma ovviamente non si portavano dietro la stessa portata emotiva delle “chicche” degli Oasis che Noel ci ha regalato. Sì, c’è stato altro: Whatever al posto di Wonderwall, che è sembrata quasi un’improvvisazione dopo una richiesta del pubblico, e Noel che imbraccia la sua Gibson acustica e ci regala… Fade Away, in versione completamente acustica:

While we’re living, the dreams we had as children fade away.

Ritratto perfetto della nostra età, della sua età, della nostra vita post-Oasis (e infatti non a caso la prima pubblicazione di Noel solista è un live alla Royal Albert Hall di Londra intitolato proprio “The Dreams We Had As Children”). Ritratto impeccabile del lascito che certe parole e melodie ci possono lasciare, che possiamo anche tenere nascoste – perché magari non ci emozionano più come una volta – ma che ogni tanto è bello e vitale rivivere.

E così si può pensare, come ha consigliato proprio Noel con gli ultimi versi del concerto, di non guardare al passato con risentimento, almeno per quei pochi momenti.

And don’t look back in anger… at least not today.

Fuck the stereotypes!

“There must be more to life than stereotypes”

così cantavano i Blur alla fine degli anni ’90. Non importa il tono, né la narrazione del testo della canzone.

Provo ad isolare il concetto dal resto: ovviamente gli stereotipi sono una riduzione del nostro vissuto. La mia Laura, ormai quasi-psicologa, non si dimentica mai di dirmi – quando salta fuori l’argomento – che gli stereotipi sono un modo in cui cerchiamo di semplificare la realtà, così categorizziamo con maggiore immediatezza le persone e le situazioni in genere.

E così questo weekend siamo andati “in vacanza”: solo che lei, mamma di un bimbo di due anni, ci è rimasta e vi rimarrà per altre due settimane. Mentre io, papà di un bimbo di due anni, sono tornato a casa perché devo lavorare.

E fin qua niente di male: si sa che uomo e donna, nella gestione di un figlio, hanno ruoli diversi. E sono questi i ruoli accettati comunemente.

Ma proviamo a ribaltare un attimo la situazione: io ho sempre detto, e nessuno mi credeva – nemmeno lei – che mi piacerebbe vivere la sua vita, e badare al bambino come ci bada lei. Ovvero: ventiquattro ore al giorno a stargli sempre dietro (eccetto la tetta, fin là non penso che riuscirei a spingermi). In certi momenti della breve vita di Edoardo ho davvero assaporato la voglia di averlo sempre accanto a me, e ogni volta che facevo questo pensiero ne notavo la sfuggevolezza, perché nel mio profondo sapevo benissimo che non sarebbe mai stato possibile.

Perché? Perché io sono un uomo, e l’uomo deve: lavorare, produrre, portare reddito oppure – nel mio caso – studiare e farsi il culo perché al più presto possa portare reddito.

E lei? Perché lei deve fare la mamma, e non deve studiare/lavorare e esprimere le sue (enormi) potenzialità professionali?

Il fatto è che gli stereotipi li abbiamo già scardinati. Lei è madre da quasi due anni, ma in questi due anni ha conseguito risultati inimmaginabili per qualsiasi altra giovane madre che io potrò mai conoscere. Vorrei quasi spingermi a dire che quello di Laura è un caso unico al mondo, ma per ragioni statistiche non può essere così, però è di certo una “outlier”, un risultato anomalo molto lontano dalla media dei comportamenti delle persone. Lei non si è adagiata alla “maternità” lunga due anni delle donne italiane, e nemmeno ha mai pensato di farlo. Non si è mai lamentata: semplicemente non vedeva l’ora che finisse. E adesso non vede l’ora che questo bambino cresca.

Un giovane padre, invece, dovrebbe dire: “non vedo l’ora che cresca, così potrò giocarci insieme a calcio”. A me però piacerebbe che il mio Edoardo restasse così, per certi versi: puro, speranzoso, con delle energie che nemmeno so da dove tira fuori, naturalmente curioso, e stimolato dalla vista di qualunque nuova cosa gli si presenti di fronte (oppure anche lontano: nota delle cose che noi ci mettiamo un po’ più di lui a notare).

Ma siamo trincerati dentro gli stereotipi: e noi sapete cosa vi diciamo? Fuck the stereotypes.