Umberto Eco: un professore non muore mai

Ricordo ancora più di un anno fa una particolare lezione di Sociologia, una delle prime della mia magistrale in Marketing e Comunicazione. Il Prof. Marzella ha mostrato due ritratti, chiedendoci provocatoriamente: conoscete il primo? Sì, ovvio, era Matteo Renzi. Conoscete il secondo? Tutti zitti e imbarazzati, nessuno aveva idea di chi fosse. Era Umberto Eco.
Il tipico “personaggio” che sai che è un’istituzione del panorama culturale italiano, di cui conosci l’importanza dei suoi apporti alla Semiotica e alla Comunicazione, ma di cui non hai mai saputo abbastanza. Di cui sai che ha scritto quel librone, “Il Nome della Rosa”, ma qualcosa ti ha sempre impedito di andare oltre al primo capitolo. Di cui sai che era professore di Lettere all’Università di Bologna, che otto anni fa era il tuo sogno andare a fare.
Dentro di me questo sogno rimaneva vivo, fino a poche ore fa.
Ma come dice Giovanna Cosenza, un Grande Professore non muore mai, e un genio resta nella storia. Rimane vivo nelle migliaia di pagine che ha scritto, e nelle innumerevoli testimonianze che ha lasciato.
Un allievo mancato come me non potrà che rimettersi in pari al più presto.

D I S . A M B . I G U A N D O

eco

Sbaglia chi pensa che Umberto Eco se ne sia andato. Il professore è vivo, è ancora con noi, è sempre con noi. C’è nelle migliaia, no, decine di migliaia di testi che ha prodotto e sono sparsi in tutte le lingue e in tutto il mondo: libri, articoli, video, audio, testimonianze, interviste, documenti, e chi più ne ha più ne metta. C’è nei milioni di lettori e lettrici dei suoi scritti: dai saggi più raffinati ai romanzi best seller, dagli interventi sui media agli scherzi, passatempi, giochini e giochetti con cui si divertiva a prenderci per il naso. C’è nelle biblioteche, nelle librerie, sui media. C’è su internet, diffuso e virale: metti “umberto eco” su Google e vedi. C’è in quel pezzetto

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