Un nubifragio di emozioni chiamato Noel Gallagher

“Where did al the people go?! Fuckin’ pussies!”

Noel Gallagher dopo aver ripreso il concerto dopo quaranta minuti di sospensione.

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Come al solito Noel Gallagher non risparmia la sua vena polemica, ma in concerto senza il suo fratello Liam sembra più a suo agio: col pubblico, con la sua band, con la sua immensa arte.

In un giorno in cui il nubifragio, e addirittura la tromba d’aria poco distante da Piazzola sul Brenta, poteva fermare il sogno – il mio sogno – di rivedere Noel dopo sette anni, alla fine qualche dio del rock deve averci salvato tutti.

Il fatto è che assistere a un concerto di Noel, anche se dopo così tanti anni che l’enorme passione per gli Oasis mi aveva travolto, significa ripercorrere una vita intera di emozioni, di momenti di scanzonata gioventù ormai passati, ma rivissuti a ritmo di lampi e tuoni (il che non è semplicemente una metafora, ma anche lo stato climatico sopra di noi per tutta la serata).

All’inizio del concerto ci chiedevamo se avrebbe fatto anche qualcosa degli Oasis, e speravamo in qualche “chicca”, in qualche sorpresa non annunciata: qualche canzone che non fossero le banali Wonderwall e Don’t Look Back in Anger, insomma.

Ma riparto dalla metà, dalla chiave di volta della serata: Champagne Supernova. Non è una canzone alla Noel, si è abituati tutti a sentirla con la voce affaticata e roca di Liam, a partire dai live del 1996 fino agli ultimi del 2008; è la stessa canzone durante cui, al primo concerto degli Oasis cui sia mai andato, quello di Imola del 2005, Liam ha deciso all’improvviso che non ne aveva più, e se ne è andato dal palco, mollando decine di migliaia di fan illusi a un concerto mezzo riparato dal fratello, con tutti noi convinti che presto quella band sarebbe finita, anche se per noi diciassettenni tutto era appena iniziato.

Dicevo, Champagne Supernova: ri-arrangiata in semi-acustico, con una voce sorprendentemente potente, risonante con le nostre corde vocali ancora pulite.

Someday you will find me, caught beneath the landslide, in a champagne supernova in the sky.

E noi ci siamo ritrovati lì, insieme a lui, sotto un imminente nubifragio che ci ha permesso di vivere il momento e di sentire i brividi sulla nostra schiena.

E il resto? Chiaro, le canzoni dell’attuale band di Noel non potevano mancare, ma ovviamente non si portavano dietro la stessa portata emotiva delle “chicche” degli Oasis che Noel ci ha regalato. Sì, c’è stato altro: Whatever al posto di Wonderwall, che è sembrata quasi un’improvvisazione dopo una richiesta del pubblico, e Noel che imbraccia la sua Gibson acustica e ci regala… Fade Away, in versione completamente acustica:

While we’re living, the dreams we had as children fade away.

Ritratto perfetto della nostra età, della sua età, della nostra vita post-Oasis (e infatti non a caso la prima pubblicazione di Noel solista è un live alla Royal Albert Hall di Londra intitolato proprio “The Dreams We Had As Children”). Ritratto impeccabile del lascito che certe parole e melodie ci possono lasciare, che possiamo anche tenere nascoste – perché magari non ci emozionano più come una volta – ma che ogni tanto è bello e vitale rivivere.

E così si può pensare, come ha consigliato proprio Noel con gli ultimi versi del concerto, di non guardare al passato con risentimento, almeno per quei pochi momenti.

And don’t look back in anger… at least not today.

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