Fuck the stereotypes!

“There must be more to life than stereotypes”

così cantavano i Blur alla fine degli anni ’90. Non importa il tono, né la narrazione del testo della canzone.

Provo ad isolare il concetto dal resto: ovviamente gli stereotipi sono una riduzione del nostro vissuto. La mia Laura, ormai quasi-psicologa, non si dimentica mai di dirmi – quando salta fuori l’argomento – che gli stereotipi sono un modo in cui cerchiamo di semplificare la realtà, così categorizziamo con maggiore immediatezza le persone e le situazioni in genere.

E così questo weekend siamo andati “in vacanza”: solo che lei, mamma di un bimbo di due anni, ci è rimasta e vi rimarrà per altre due settimane. Mentre io, papà di un bimbo di due anni, sono tornato a casa perché devo lavorare.

E fin qua niente di male: si sa che uomo e donna, nella gestione di un figlio, hanno ruoli diversi. E sono questi i ruoli accettati comunemente.

Ma proviamo a ribaltare un attimo la situazione: io ho sempre detto, e nessuno mi credeva – nemmeno lei – che mi piacerebbe vivere la sua vita, e badare al bambino come ci bada lei. Ovvero: ventiquattro ore al giorno a stargli sempre dietro (eccetto la tetta, fin là non penso che riuscirei a spingermi). In certi momenti della breve vita di Edoardo ho davvero assaporato la voglia di averlo sempre accanto a me, e ogni volta che facevo questo pensiero ne notavo la sfuggevolezza, perché nel mio profondo sapevo benissimo che non sarebbe mai stato possibile.

Perché? Perché io sono un uomo, e l’uomo deve: lavorare, produrre, portare reddito oppure – nel mio caso – studiare e farsi il culo perché al più presto possa portare reddito.

E lei? Perché lei deve fare la mamma, e non deve studiare/lavorare e esprimere le sue (enormi) potenzialità professionali?

Il fatto è che gli stereotipi li abbiamo già scardinati. Lei è madre da quasi due anni, ma in questi due anni ha conseguito risultati inimmaginabili per qualsiasi altra giovane madre che io potrò mai conoscere. Vorrei quasi spingermi a dire che quello di Laura è un caso unico al mondo, ma per ragioni statistiche non può essere così, però è di certo una “outlier”, un risultato anomalo molto lontano dalla media dei comportamenti delle persone. Lei non si è adagiata alla “maternità” lunga due anni delle donne italiane, e nemmeno ha mai pensato di farlo. Non si è mai lamentata: semplicemente non vedeva l’ora che finisse. E adesso non vede l’ora che questo bambino cresca.

Un giovane padre, invece, dovrebbe dire: “non vedo l’ora che cresca, così potrò giocarci insieme a calcio”. A me però piacerebbe che il mio Edoardo restasse così, per certi versi: puro, speranzoso, con delle energie che nemmeno so da dove tira fuori, naturalmente curioso, e stimolato dalla vista di qualunque nuova cosa gli si presenti di fronte (oppure anche lontano: nota delle cose che noi ci mettiamo un po’ più di lui a notare).

Ma siamo trincerati dentro gli stereotipi: e noi sapete cosa vi diciamo? Fuck the stereotypes.

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