Questo blog è la mia casa

Questo blog è nato con lo scopo di raccontare le sensazioni positive che mi regala ogni giorno mio figlio di (quasi) ventidue mesi.

Ma è giusto raccontare sempre e solo i lati positivi di qualcosa che si sta vivendo?
Quando avevo pensato di iniziare a scrivere questa mia esperienza da giovane papà in un blog, in realtà volevo dargli un taglio nettamente diverso.
Volevo, infatti, che questo blog fosse la mia casa. Quella casa che non ho, che non abbiamo, e che non possiamo avere.
Un posto dove potermi sfogare e raccontare le mie frustrazioni, i miei desideri, le mie soddisfazioni, i miei fallimenti. Un posto dove potessi rifugiarmi per piangere, oppure per ridere di gioia. Per ricordare bei momenti, e per non nascondere quelli disperanti.
Alla fine ho deciso di dargli un taglio diverso. Ho deciso, per una volta, di non affossarmi nelle mie paranoie e provare a vivere con positività qualcosa.
Ma ho sempre ritenuto ipocrita e fine a se stesso riservare al pubblico solo le cose belle che succedono, e tenersi per sé e per la propria famiglia la disperazione (anche perché: poveri loro!).
In me convivono entrambe queste persone: quella esaltata per il futuro, speranzosa, che crede nelle sue potenzialità ed è sicuro in se stesso; e quella sofferente perché non vive con la propria famiglia, perché per quanto sia bello questo bambino (eccetera eccetera) è arrivato troppo presto e non abbiamo saputo gestirlo.
E non è giusto che prevalga nessuna delle due persone: sono entrambe di esse.
E questo blog è uno sfogo. E’ come tornare a casa la sera dopo dodici ore di pendolarismo e studio o lavoro, sedersi sul divano ancora in camicia e scrivere con una pessima e strascicata grafia sul consunto Moleskine pensieri frammentati di ciò che mi è successo durante la giornata, delle mie sensazioni, delle mie speranze, della mia vita.
Del fatto che oggi ho visto Edoardo solo un’ora perché ha giocato tutto il giorno, era stanco, e si è addormentato presto.
Del fatto che ho visto la mia Laura solo per due ore, e poi dopo cena è subito andata a studiare perché a Novembre ha l’esame di Stato di Psicologia e non può fallire.
Del fatto che non ho potuto godere della bellezza della mia famiglia perché ogni momento che passo con loro è intermezzato dalla ovvia presenza dei miei suoceri, e ciò non ci permette di essere appieno noi stessi.
Del fatto che alla fine della giornata me ne sono andato in un’altra casa, che non è la nostra, non è la loro.
Per questo la cosa che più si avvicina alla nostra casa è questa, questo blog.
Adesso posso seguire due vie:
1) Adesso che mi sono compromesso, che taglio continuerò a dare a questo blog? Sono un #DoDadAD o un #De(AD)Man?
 Sento che il tempo da quando Edoardo è nato è in alcuni periodi volato, in altri va a rilento. Se guardo il tutto da un’ottica “siamo-arrivati-fin-qui” penso che ventidue mesi siano letteralmente scappati via, e che non è sembrato niente. Se penso a tutto ciò che abbiamo vissuto, e a ciò che mi sono perso, sento solo la pesantezza della sofferenza, e mi sento di aver sofferto per un periodo troppo lungo di tempo.
2) E cosa si fa in una casa? Chi ci vive in questa casa?
Entro in casa alle 19 e sento la tv accesa con i cartoni animati, il forno ventilato che sfrigola, giro l’angolo del soggiorno: vedo Laura sul divano che legge un ebook, Edoardo che gioca con il modello di macchina Ferrari che abbiamo ritrovato tra i miei vecchi giochi nel garage di mio padre. Edoardo si gira, mi guarda, gli viene un immediato sorriso, urla: “Babaaaaà!” e mi corre incontro. Si appiccica alle mie gambe, poi si distanzia e indica qualcosa più lontano nel soggiorno: è la palla di spugna, vuole che giochiamo. Si gira, e ridendo comincia a correre per andarla a prendere. Nel frattempo Laura mi viene incontro, mi guarda negli occhi e mi saluta: “Ciao amore”, e ci diamo un bacio.
Appoggio lo zaino, inseguo Edoardo per iniziare a giocare con la palla nel corridoio, e nel frattempo Laura dice: “Edo, racconta al papà cosa abbiamo visto questo pomeriggio!”, lui si ferma, sembra pensarci, fa qualche cenno, poi ricomincia a correre. Io e Laura ci parliamo tranquillamente, Edo torna a correre e ridere. Ogni tanto cade, prende qualche botta, scoppia a piangere, ma è tutto normale. Lui è sereno, e noi siamo sereni.
Ma è tutto un sogno.
Non seguirò nessuna delle due vie. Scrivere è anche sognare, e non so esattamente se scrivere su un blog sia come scrivere narrativa: so solo che voglio vivere, e vorrei che un giorno la mia vita fosse almeno un po’ simile al sogno che ho.
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