Questo non è sharenting, è storytelling

La settimana scorsa ho letto su Wired un articolo sullo “sharenting”, il fenomeno per cui i genitori condividono le foto dei propri bambini su Facebook e su internet in generale. Il tono dell’articolo era ovviamente negativo, e invitava i genitori a smetterla con le condivisioni delle foto sui social, quasi a significare che i genitori lo facciano solo per strapparsi una manciata di like, incuranti del pericolo per la loro privacy invasa da potenziali pedofili o maniaci. L’accento sul modo “esibizionistico” di mostrare la propria vita da genitori sui social pervadeva comunque tutto l’articolo, e in maniera ingiustificata.
Come in tutte le cose, bisogna trovare il giusto equilibrio: non trovo nulla di male nel postare, occasionalmente, qualche foto di mio figlio. Non sarei d’accordo con chi le posta quattro volte al giorno condividendo ogni cosa che fa durante la giornata sui social, quasi a compensare una mancanza di condivisione sociale (reale) della propria vita. Ma così come non sono d’accordo sul postare ogni aspetto della propria vita su Facebook, al di là del fatto di essere genitori o meno.
Ma soprattutto, non trovo sia sbagliato raccontare la propria vita sui social e sui blog, purché sia fatto a mo’ di racconto personale che possa suscitare un minimo di interesse per il proprio pubblico (nella fattispecie, gli amici che si sono trasferiti o i conoscenti, i parenti lontani, ma in realtà chiunque altro possa ritrovarsi nella mia situazione e poterla rivivere e condividere).
Più che mai nel 2015 la nostra persona è integrata online-offline, e i social sono un modo per raccontare un (altro) lato di noi, visibile all’esterno, non per forza il più profondo, magari solo quello che si sceglie di mettere in evidenza. Ad esempio: la mia vita da padre-quasimarito-studentedimarketing è piena di problemi, ma questi racconti li riservo (loro malgrado) agli amici più cari, e di certo non li vado a raccontare al mondo intero su questo blog e sui social. Mi piace raccontare un’esperienza che sto vivendo da una prospettiva più scanzonata e mettendo in luce solo alcuni aspetti, perché come me la starà vivendo qualcun altro, e se anche una sola persona si ritroverà in quello che ho scritto – e chi se ne frega se mi metterà un like o meno – avrò raggiunto il mio obiettivo, che, alla fine, è l’obiettivo di chiunque scriva qualcosa per gli altri (e non solo per se stesso):
Ci sono quindi tantissimi livelli in cui si può vedere la cosa: il modo di scrivere, lo stile di scrittura, quali e quante immagini o video vengono postate, la consapevolezza che ci sta dietro l’autore di questa condivisione.
Internet straripa di mamme blogger che raccontano la propria esperienza, in maniera peraltro molto più frivola di quanto lo faccia io, e da quel che vedo hanno anche molto seguito. L’esperienza e la sensibilità di una madre, d’altronde, sono qualcosa di unico, ed è sicuramente interessante poter assistere agli infiniti punti di vista in cui si può vivere lo stesso evento.
Non so se l’abbia già fatto qualche altro papà – per dirla nel gergo del marketing “non ho analizzato la concorrenza” – ma anche se qualche papà blogger scrive qualcosa di molto simile a me, la bellezza di una vita è che ognuna ha valore distintivo, semplicemente per il fatto che ogni vita a sé stante è unica. Lo storytelling, dunque, sarà in ogni caso unico, diverso, sincero.
E questa storia non è che appena cominciata.

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